L'estate era sempre dorata di sole, anche dopo la catastrofe che aveva ucciso 2 miliardi di persone e ricacciato indietro di 300 anni il resto dell'umanità.
Il piccolo Joenes (che si legge Giònes. Ci tengo, per Sheckley!) trotterellò dietro il padre col pesante fardello dei suoi tredici anni e dei relativi ormoni (vi ricordate?), e salì sul carro carico di spighe profumate.
Le meta era Newtown, dove contadini ed allevatori si riunivano per comprare, vendere, scambiare.
Grazie e quel commercio rinascente Newtown era diventata una metropoli di centinaia di abitanti, i quali non mancavano di definirla caotica e tentacolare, e di soffrire di stress da vita moderna. Fioccavano amari e psicanalisti.
Il carro passò fra i campi di granonuovo, la varietà con spighe alte anche 2 metri che si era diffusa dopo che alcune robuste botte di radiazioni avevano giocato a morra con i suoi geni.
Il viaggio fu lungo e caldo, e a sera si rifugiarono nella solita locanda dopo aver ricoverato il carro.
Era il posto in cui si fermavano il giorno prima della fiera. Joenes seguiva il padre da quattro anni, ma era la prima volta che la moglie dell'oste gli faceva quell'effetto. Era alta, abbronzata, con i capelli neri e gli occhi ancora più scuri. E quando si chinava per posare i piatti la veste si scostava e Joenes tuffava gli occhi fra le fiamme del paradiso.
Gli ospiti della locanda cenavano tutti insieme, allo stesso tavolo e alla stessa ora. E il piacere del cibo era raddoppiato (o triplicato se calcoliamo la locandiera) dal gusto di raccontare ciascuno la propria storia. Cioè la storia di quello che facevano prima che a uno venisse voglia di far vedere cosa succedeva quando gli giravano veramente, e che un altro decidesse di fagli vedere cosa succedeva quando giravano veramente a lui!
Per primo parlò un tipo alto, biondiccio. Un allevatore di piccioni trasparenti molto ricercati da scuole, biologi e laboratori farmaceutici. La dannosità dei raggi solari dopo che l'ozono era stato bruciato favoriva questo tipo di mutazioni.
"Io ero un capitano d'industria, e svolgevo un ruolo molto utile per la società. Facevo prodotti desiderati dalla gente, ad un prezzo conveniente. Davo un lavoro pagato passabilmente a molti individui e così doveva essere perché se no se ne sarebbero andati. Pagavo le tasse. Con moderazione perché non sono mai stato un fanatico, ma le pagavo.
Stimolavo i miei concorrenti a fare prodotti migliori dei miei, a prezzi più bassi, e loro stimolavano me, e così la gente aveva prodotti sempre migliori e più economici.
Almeno questo era quello che c'era scritto sul sito della associazione di categoria, tranne la storia delle tasse.
In realtà inquinavamo mari e fiumi perché non era importante la produzione più sensata, ma quella più conveniente. E quando i fiumi e i mari dissero 'basta per favore, non ne possiamo più. I nostri pesci sono così pieni di mercurio che quando hanno la febbre scoppiano. Qua arriva l’influenza e sembra di stare a Piedigrotta’ semplicemente passammo ad altri fiumi e mari.
Ci accorgemmo che, invece di fare prodotti migliori, bastava mettersi d'accordo e produrne tutti di peggiori, che non durassero, così da vendervene degli altri. E quando veniva inventata qualcosa che avrebbe cambiato in meglio la vita alla gente, credete che costasse meno riconvertire le industrie o pagare il silenzio dell'inventore?
Dopo tutto il presupposto era che eravamo lì per fare i nostri interessi, non i vostri!"
Finito che ebbe, fu la volta di un tipo basso e largo, con mani grosse da fabbro e la parlantina sciolta
"Io invece ero un funzionario di Partito, del glorioso Partito Comunista, come testimonia il mio uso delle maiuscole. Venne un Momento Storico in cui la Sinistra credeva di poter finalmente cancellare il Bisogno dalla faccia del Mondo. Ma vedevo troppi che non facevano Abbastanza. Cominciai a rimproverarli, finché incominciarono a chiamarmi "il Comunista"! Ma servì a Poco.
Così Comiciai A Denunciare Chi Non Faceva Il Suo Dovere. O chi faCevA favoRITismi. InsoMMa chi tradiva L'ideale.
Finchè un giorno...Anzi un Giorno...si misero d'accordo e mi denunciarono loro"
Passò la locandiera a con vino e bicchieri. Come se lo facesse apposta si posizionò di fronte a Joenes e da lì comiciò ad abbassarsi e a distribuire.
“Pé Ppermesso? Psi ppuò pavere pun ppo’ pdi pspazio?” Una ragazzina biondiccia e smunta si fece spazio e sedette sulla panca. Portava un’impermeabile che un tempo doveva per forza avere avuto un colore, e, se è per quello, anche un proprietario di almeno tre taglie più grosso.
“Pvorrei pun ppiatto ppure pio, pper pfavore” disse, mentre con una manica che sembrava uno spinnaker puliva la porzione di tavolo davanti a lei.
Tutti erano interdetti di fronte a quella nuova stramberia. Decisamente sembrava che Dio recentemente avesse preso gusto al peyote. Cos’era mai ora quel modo di parlare? Qualche virus uscito dai laboratori batteriologici che già tanta gratitudine si erano guadagnati? Una mutazione deforme del pensiero? Il nuovo trend 2032 Autunno/Primavera/Estate/Inverno (tanto faceva sempre un caldo bestia)?
L’uccelliere che non le mandava a dire, le si rivolse: “Ma perché parli in modo così strano? Quasi non ti si capisce!”
“Oh pscusate. Cioè, scusate, è l’abitudine. Il fatto è….il fatto è che…” esitò, come per valutare se la storia non fosse troppo lunga, per quelle facce lì.
“Beh, dovete sapere che io vivevo in un paese né buono né cattivo. Un paese normale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Conducevamo una vita normale, chi felice e chi meno, finché non ci facemmo fregare. Le parole.
Andò che chi governava fu preso dalla smania delle privatizzazioni. E così, dopo avere privatizzato fabbriche e condotte, si privatizzarono scuole, strade, prigioni. Il gioco ci piaceva, non si pagavano più tasse e avevamo sempre l’ultimo telefonino. Un tipo un po’ pelato con un sorriso da mani in faccia comprava tutto lui, a cominciare dalle televisioni e dai funzionari che privatizzavano. Finché un giorno non ci trovammo senza più niente da privatizzare. Ma qualcuno ebbe un’idea: ci restavano ancora, intatte, tutte le parole. Dopo tutto il nostro tenore di vita andava difeso, giusto? E poi volevamo fregare chi ci aveva fregati. Così quando gli vendemmo “deuteragonista” e “gibigianna” ci sentimmo tutti molto furbi e ridemmo molto.
Poi ci prendemmo gusto, e ce le vendevamo ad una ad una, così, per 10 skipass stagionali ad Artesina da estrarre a sorte, o per 50 milioni di SMS da fare in un mese. Così si andava avanti, finché un giorno, senza accorgercene, ci ritrovammo con il pelatino era ormai il padrone di tutte le parole, comprese “proprietà” e “polizia”.
Quando ci rendemmo conto di quanto eravamo stati stupidi, restammo senza parole dalla sorpresa, passatemi la battutaccia.
Fortunatamente gli intellettuali si sinistra, riserva di democrazia, non ci abbandonarono. Nei più impervi salotti, nei più estremi cenacoli, stoicamente, a gesti, svilupparono il Dibattito. Da questo, e dal pragmatismo forgiato in decenni di durissimi cocktails emerse la soluzione: era sufficiente premettere una lettera scelta convenzionalmente per avere parole del tutto nuove e non soggette a diritti. Nessuno possedeva p-camminare, p-ufficio, p-tombino!
Gli uomini esultanti portarono in trionfo quei geni, giustizieri del capitalismo e campioni di giustizia, prosit!
Ma l’euforia fu effimera. Fra letterati e professori i grafici dei suicidi dipinsero profili himalayani. Le donne erano stufe di sentirsi “pamate” e “pdesiderate”. Avrebbero dato chissà cosa per sentirsi sussurrare un normale “bella gnocca” fra la folla. Senza contare che se a uno scappava di dire “anche” o “restare” col nuovo sistema, cascava lo stesso dritto nel copyright, ed erano multe e nerbate in diretta tv.
Così si viveva, circospetti e senza gioia. Finché un giorno le Parole stesse decisero che dovevano fare qualcosa.
Convocarono una riunione enciclopedica e pianificarono l’azione per quella notte stessa.
Non c’erano dubbi su chi di loro dovesse agire. Attivarono un Ponte Platonico fra la loro dimensione e il Mondo. Per inciso, questi ponti sono molto più comuni di quanto ingenuamente ritengano i filosofi. O se no come si spiegherebbe che le cose somigliano tanto alle Idee? Comunque, “tirannicidio” attraversò il ponte e agì.
Il giorno dopo gli uomini, in festa, vollero ricambiare, e corsero dalle parole per liberarle dalla gabbia in cui erano rinchiuse.
Ma quando giunsero si trovarono di fronte ad una scena ben triste. Già indebolite dal disuso, non avevano sopportato lo sforzo di quella notte: le parole giacevano morte davanti agli uomini! Soltanto “immortalità” e “risorgere” erano vive, ma quelle erano già state appaltate duemila anni fa’. Un’altra si agitava freneticamente urlando ‘son viva, deh, son viva!’ ma un rapido esame rivelò che si trattava di “panzana”. E comunque anche quella….
Insomma, in un giorno gli uomini avevano riguadagnato e riperso le parole. Così, esiliati gli intellettuali di sinistra, gli uomini organizzarono un meeting per fare un check-up della mission del team. L’happening si concluse con un briefing in cui i manager fecero lo statement: “Fuck off the bloody fucking parole: apriamo un franciaising d’inglìsc, oooooohhhh YEAHHHHHH - SBRENG! (schitarrata)”
(Chissà dove, l’illustre precursore Guglielmo Scrollalancia sorrise).
Quando finì, si alzò un tipo strano, piccino, pelato, con la faccia tutta rossa per il sole e il caldo. O almeno così avreste detto. Mandava un odorino che quando si avvicinava la gente pensava “Uhmm, dev’essere arrivato il circo”
"Signori, bella storia.
La mia invece, guerra o no, follia evidente o meno, è sempre la stessa, come vi accorgerete tra poco.
Ma adesso volevo raccontare un fatto che mi sembra molto significativo: un giorno un tale decise di fare una sorpresa alla moglie.
Comprò dieci dei dolcetti preferiti da lei, e li portò a casa. Dopo cena la moglie cominciò a mangiare i dolcetti, finché giunse all'ultimo. 'Lo vuoi un dolcetto prima che li finisca?' chiese al marito. 'Sì grazie'. Il marito prese l'ultimo e se lo mangiò. Almeno uno! Ma quello che voglio sottolineare, cortesi amici, è che la moglie odiò il marito per il decimo dolce più di quanto lo amò per i primi nove".
SKIAFF! SKIAFF!
Il padre di Joenes era in piedi tremante, la mano ancora aperta. Gli occhi sbarrati fissavano l'ometto. Aveva appena mollato due formidabili sberle al pelatino. Non capiva perchè lo aveva fatto e tremava leggermente. Gli altri lo fissavano, e lui cominciò a farfugliare parole di scusa. Ma l'altro lo interruppe:
'Non si scusi, so già. Lei ha avvertito un improvviso e irrefrenabile impulso a schiaffeggiarmi. E' cambiato il mondo ma per me è tutto come prima.
Mi vengono da dire cose stucchevoli e noiose, con una morale fintamente profonda, e la gente prova la pulsione irresistibile a schiaffeggiarmi. A volte prudono la mani anche a me.
E' sempre stato così, e forse è giusto, dato che l'uomo non deve cercare di modificare la grana con cui Dio ha intessuto il creato, o si brucerà le mani col fuoco stesso con cui vuol riplasmare la realtà'
SKIAFF! SKIAFF!
Questa volta era stato il fabbro. Al che il pelato fece segni che significavano che non avrebbe più parlato, che andate pure avanti voi, che però che cacchio di mani pesanti che ha, caro fabbro dei miei coglioni!
"Dio! Non parlatemi di Dio!" eruppe l'uomo alto, con una gran pancia, che per caso sedeva vicino a Joenes, tentando un ganascino basso alla cameriera che invece lo toreò con grazia e tecnica, mandandolo a vuoto. "Io oggi sono baro e truffatore, e prima ero un prete. Credevo in Dio. Vedete, nei secoli qualcuno ha cercato di 'dimostrare' l'esistenza di Dio. Ed è persino giunto a gabolare ingegni come quelli di Cartesio, Leibniz e persino Goedel. Naturalmente ci sono pianeti su cui chi prova a convertire la gente fuori dallo spazioporto con la prova ontologica viene portato via insiemi a quelli delle tre tavolette. Ma io ci credevo veramente, senza prove, e poi era pratico.
Ma un giorno, mentre Roma era assediata ed io vegliavo in preda alle febbri radioattive, mi vennero in mente queste esatte parole, che ricorderò per sempre:
Dio esiste, ed io affermo che “non esistono altre verità metafisiche oltre la Sua esistenza, dato che da Lui tutto deriva e con Lui tutto si spiega”. Ma questa frase si rivela falsa, perché se fosse vera sarebbe una verità metafisica e quindi negherebbe sé stessa. E quindi esistono altre verità metafisiche.
Dio non è dunque l'unica verità che c'è! Anzi. Ma, come capisce qualunque studente di Metafisica Nucleare Transitoria dell’università di Maximegalon al 3° anno - non chiedetemi cosa vuol dire, vi sto solo ripetendo, testuali, le parole che mi vennero in mente da sole! - dove non ha senso una verità, non hanno senso neanche due verità (perché proprio due?). Né tre verità (perché proprio tre?). Quindi esistono infinite verità. Ma infinite verità significano ovviamente nessuna verità: se tutto è vero, lo è anche il suo contrario: allora niente è vero veramente. Ergo, Dio è falso, e quindi non esiste."
Eureka! Mentre ascoltava Joenes pensava, ponderava, concludeva. Un ultimo tassello andò improvvisamente al suo posto. Le lacrime gli salirono agli occhi senza una apparente ragione. Capì, o meglio sentì in modo nettissimo, irrefutabile, arcisicuro, che il mondo era sull'orlo di qualcosa. Come se il suo cervello per un irripetibile istante potesse gettare uno sguardo oltre lo schermo tridimensionale della realtà, avvertì uno sfarfallio di numeri, il senso di frustrazione di qualcuno e l'urgenza portata da un messaggio di allarme, di errore fatale.
Stava per arrivarci, ce l'aveva sulla punta della mente diobono!
Ma la locandiera si chinò a servire lo stufato con silenzioso, struggente clamore.
E lo guardò con un sorriso dolce, come di pinacoteca in fiamme.
***
Lo spaziotempo si contorse come un foglio su una fiamma. Per alcuni istanti (qualunque cosa questo voglia dire) angoli assurdi e febbricitanti produssero prospettive riprovevoli.
Il tempo si morse la coda.
Prima che si accorgesse che era la sua e la mollasse, Joenes fu’ lì lì per arrivarci altre sette volte.