Arsenico e Vecchi Merletti

 

di Nemesis


L'Araldica dei Calci

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Sono chiaramente di parte e quindi non pretendo la ragione assoluta, però… però come si fa a paragonare un’anguilla a un Grifone?

Ogni immagine ha un peso specifico, è un blasone che qualifica e rappresenta il rango, e al Genoa non poteva essere accostato un canarino o una scimmia.
Il discorso nasce nel 1928 dalla fantasia di Carlin, il grande redattore del Guerin Sportivo, giornalista, disegnatore, umorista e scrittore.

Aveva pensato di semplificare l’appartenenza a un campanile individuando un simbolo per ogni squadra, attingendo soprattutto al mondo animale (infatti le chiamò “animalie”) e classificando la raccolta sotto il titolo “Araldica dei calci”: fortuna che in quegli anni ancora non imperversasse il Tapiro e che qualche squadra periferica fosse di là da venire, perché l’abbinamento sullo stemma sarebbe stato inevitabile e perfetto… altro che il marinaretto.

Grazie a questo linguaggio visivo nacque un nuovo modo di far giornalismo, più efficace e corrosivo, e la sua immediatezza ne moltiplicò la capacità critica.

Se oggi è possibile raccontare questa storia si deve ringraziare Achab che, guidato dalla sua curiosità fra le bancarelle romane, ha scovato il vecchio numero di una rivista sportiva che ne rievocava la pubblicazione, e me l’ha gentilmente inviato.

Infatti, apparve sul Guerin Sportivo del 10 ottobre 1928, e dilagò fra gli sportivi italiani con stupefacente rapidità, perché faceva piacere riconoscere la propria squadra in uno stemma “nobiliare”, anche se l’implicito tono goliardico induceva più al sorriso che all’orgoglio.

Oltretutto risulta che qualcuno non abbia apprezzato e ci siano state trattative per variare o modificare gli abbinamenti sgraditi, ma è comunque significativo che nessuno si sia mai tirato indietro snobbando il gioco.

Il catalogo riguardava le società principali e, tanto per inquadrare il periodo, il Genoa era la squadra con più scudetti, era appena arrivato secondo in campionato, e si accingeva a eseguire gli ordini del duce modificandosi in “Genova 1893 Circolo del Calcio”: infatti, la prima partita con questo nome si giocò proprio il 28 ottobre 1928, al Ferraris, battendo il Verona per 11-0.

E allora vediamo cosa seppe partorire la fantasia di Carlin, riportando le sue didascalie arrotondate da qualche intrusione.

Al TORINO, campione in carica, fu assegnato un Toro rampante in campo granata che calcia un pallone e, lo dice Carlin,  sicuramente farà goal: evidentemente era un Torino diverso dall’attuale.

Alla JUVENTUS toccò la Zebra “che dice sempre no e rampa in salita”, anche se poi cominciò a comprare gli arbitri e si ritrovò in discesa.

Il MILAN fu visto come “un Diavolo che non ha paura di assidersi su qualunque braciere e mette la coda ovunque”… e in questa profezia c’è già l’edonismo Berlusconiano che fagocita tutto.

L’INTER fu accoppiata al Biscione, e senza saperlo si ritrovò sul petto il simbolo di Mediaset, che con i nerazzurri c’entra come i cavoli a merenda.

Per la ROMA venne in soccorso la storia: una Lupa con i gemelli che bisticciano fra loro, e sembra la metafora di Alemanno e Rutelli, anche se a Remo andò peggio che al “piacione”.

Con l’ALESSANDRIA prevalse il colore, e a causa del grigio fu obbligatorio scegliere l’Orso. Inizialmente aveva un Borsalino in testa (il cappellificio era un’azienda locale) ma poi sembrò più opportuno liberarlo da quell’orpello commerciale.

E’ curiosa la definizione che riguarda il BOLOGNA: “un Balanzone gioca con lo scudetto che non si vede, perché l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio”.

La mia sarà un’interpretazione genoana, ma ci leggo un riferimento agli spareggi della stella rubata. Inoltre Carlin ironizza su L. Arpinati (gerarca fascista, presidente della Figc, tifosissimo bolognese e autore della rapina al Genoa) chiamandolo… “sua maestà Leandro I”.

Fra PADOVA e BARI c’è un po’ di confusione perché entrambe si rifanno al Gallo.

Per i veneti è la trasformazione della mitica Gallina padovana con tanto di calzoni e cresta doppia, anche se la tifoseria voleva a tutti i costi inserire il più mistico S.Antonio.

Per i pugliesi invece c’è un Galletto più spennacchiato, con cresta e speroni ma canterino, petulante e impertinente: una specie di Cassano ante-litteram.
Ecco adesso un gruppo di abbinamenti senza fronzoli e senza troppi discorsi.
Alla PRO PATRIA il Tigrotto di Busto Arsizio, felino dai balzi pericolosi; al CASALE un Cinghiale irsuto e indomabile; al LEGNANO il Guerriero legaiolo che, senza Bossi, ce l’ha un po’ meno duro; alla PRO VERCELLI un Leone appostato che attende la preda e al LIVORNO, gastronomicamente parlando, una triglia dagli occhi dolci che guizza ma si distrae.

In certi casi ha prevalso il simbolo della città, e così si spiega la Scala per la VERONA scaligera e il Canarino per il MODENA, rappresentazione cromatica dello stemma comunale.
E inoltre, abusando dei felini, la Leonessa di BRESCIA e il Leone evangelico di VENEZIA.

Per l’ATALANTA fu semplice accostare la Dea tebana di Bergamo, che sfida tutti nella corsa allo scudetto, e al NOVARA fu assegnato il Falco dopo vibranti petizioni di quella tifoseria: da notare che quel rapace aveva avuto ben 6 richieste da altre piazze, segno che il suo stile di piombare sulle prede e ghermirle attizzava la fantasia.

C’è poi una serie di simboli che non ebbero successo e che il tempo sostituì con altri più appropriati.

E’ il caso del NAPOLI  che inizialmente provò a clonare dal gonfalone della provincia il Cavallo.

Nel suo primo campionato del 1926 la squadra arrivò ultima e, per le strade e sui giornali, si diffuse la battuta che quel cavallo fosse diventato “o’ ciuccio”, più conforme alla situazione.

Carlin provò ad abbinargli lo “Scugnizzo che suona allegro e chiassoso”, ma durò poco: per cabala o per affetto, la forza del Ciuccio resiste ancora oggi.
Una sorte simile toccò alla FIORENTINA, che oggi espone un Giglio rosso in campo bianco e sfondo viola, ma nell’Araldica dei calci le era toccato il Grillo: vivace, saltatore di prima forza e… gran parlatore.

Evidentemente, nella Firenze permalosa, l’idea del Grillo parlante dava fastidio.

Stesso caso a TRIESTE: in un primo momento la società chiese “il Muletto che tira calci sorprendenti”, ma poi prevalse l’Alabarda stellata bianca in campo rosso.

Anche la LAZIO subì modifiche, e se oggi espone un’Aquila, Carlin aveva individuato il Bufalo che allora abbondava nelle campagne della regione Lazio.

Biella, per i suoi tessuti, era considerata la Manchester d’Italia, e per la BIELLESE  fu scelto l’Omino vestito elegante (preferito alla richiestissima Rana), ma oggi prevale un Orso che passeggia sotto un Faggio.

Quelli della PISTOIESE avanzarono richieste in dialetto e Carlin, dopo un’indagine per scoprire a cosa si riferissero, optò per un’agile Scimmia protesa all’ingiù.

Rimasero in sospeso due casi inespressi e Carlin, chiedendo aiuto ai supporters locali, se la cavò con un po’ di ironia.
Infatti, per il PRATO non sapeva cosa scegliere, perché l’idea degli “stracci” non gli sembrava carina.

Per la CREMONESE, ricordando le mitiche 3 T, avrebbe volentieri inserito una Balia con le tette rigogliose, ma gli parve inopportuno.

Ne restano due, e non a caso vengono accostate al termine di questa esposizione.

Una è la DOMINANTE ma, vista l’inconsistenza di questa realtà, neppure Carlin riuscì a corredarla di attributi, e se l’avesse fatto sarebbero stati certamente offensivi.

L’ultima squadra che poi, come tutti sanno, risulta essere la prima, è proprio il GENOA rappresentato da un Grifone con la testa rossa e le ali blu.

Non sarà merito di Carlin, ma ancora oggi è il simbolo in cui ci riconosciamo, e ai suoi artigli affidiamo la difesa del nostro orgoglio.

Perché il Grifone è la filigrana della storia del calcio, e la sua nobile presenza le conferisce autenticità; inoltre, nel confronto con biscioni, zebre e felini vari, garantisce ai Genoani l’immagine di una fierezza senza tempo.