di Valentina Jannacone
Affinità elettive: storia di una figura controversa, ma dalle vicende così familiari…
Qualche giorno fa, rientrando da Roma, mi capitava di pensare a quanta storia possano contenere strade di città percorse ogni giorno con indifferenza e frenesia. Nel via vai quotidiano, infatti, si dimentica di guardare intorno e ricordare il proprio passato. A Roma dovrebbe essere più difficile, ogni angolo mostra orgogliosamente un imponente ricordo di epoche trascorse. Eppure anche lì, sono solo i turisti a notare quell’ingombrante memento. E forse proprio grazie a 3 giorni trascorsi da turista, sono riuscita a fermarmi sotto un monumento storico proponendomi tali elucubrazioni. Inizialmente credetti fosse capitato per caso, poi guardando il motivo di attenzione, mi persuasi non potesse essere una coincidenza. Forse il fato voleva ricordarmi qualcosa in particolare? Forse il sangue e l’animo RossoBlu hanno colto per me il messaggio palesato dall’apparizione? Mi trovavo proprio di fronte a Torre degli Embriaci!!! Al primo ricordo della richiesta di aiuto del proprietario che non aveva la possibilità di ripararla con il rischio, non solo di perdere un emblema, ma pure di rovinare sopra la testa di qualche malcapitato palazzo vicino, si sostituiva pian pianino una storia, reminiscenza di letture e racconti di un caro amico. Alta circa 41 metri, la massiccia struttura è costituita di grossi blocchi di pietra bugnata a vista, con sottili feritoie nelle cortine murarie per l’illuminazione e una triplice cornice di archetti pensili sempre più aggettanti che ne coronano la sommità. Il motivo degli archetti pensili su mensole in pietra, sormontato dalla cornice a dente di sega, si trovava in quasi tutte le chiese dell’epoca, ma la sua ripetizione in ordini sovrapposti è del tutto originale. Eretta nel XII secolo dalla famiglia degli Embriaci, aveva scopo - probabilmente - di tutelarne l’ incolumità, anche se non si può escludere facesse parte di mura a difesa della pubblica salvaguardia. Quale strumento di offesa e di difesa le torri erano costruite molto alte, anche se la vicinanza delle stesse (nel XIII secolo a Genova le torri erano almeno 66) ne limitava la pericolosità. Nel 1196 il podestà Drudo Marcellino ordinò che nessuna torre potesse superare l’altezza di 80 palmi (circa 20 metri). Come nella guerra tra Guelfi e Ghibellini, infatti, esse potevano avere scopo di attacco e facilitare gli scontri tra fazioni. Ma mentre tutte le altre vennero abbattute anche solo in parte, la “nostra” Torre - alta 165 palmi - fu risparmiata, in ricordo delle gloriose imprese di Guglielmo Embriaco in Terrasanta. E qui nasce l’evidenza… perché proprio quel monumento – peraltro facente parte di un intero palazzo? Domanda ironica, se si pensa ad un Tempio ben noto eretto nel cuore della Val Bisagno che sfida orgoglioso le vicissitudini politico/economiche cittadine, le volontà – poche veramente – contrarie al suo perpetuo utilizzo, ed alla vita ed alle avventure di colui che colonizzò l’Italia con il potere di un pallone di cuoio… In stile “Chi ti ricorda”, esporrò un particolare dell’esistenza di Guglielmo, sarete voi a confermarne il parallelismo da me posto su carta, ma considerato così palese e scontato da non avervi pensato fino ad oggi.
GUGLIELMO EMBRIACO di Genova, più noto come “Testa di Maglio”, faceva parte della famiglia Spinola. Signore di Gibelletto (Gubayl), nasceo intorno al 1070 per spegnersi nel 1110 ca. Partecipò alla prima Crociata e la sua opera fu decisiva per la conquista di Gerusalemme. Sbarcato a Giaffa, poiché incombeva il pericolo di un attacco islamico da Ascalona, distrugge le sue galee, molto probabilmente appartenute alla flotta inglese, perché non cadano in mano nemica. Trasporta viveri ed armamenti, comprese corde, chiodi e bulloni che insieme al legno ricavato dalla demolizione, permetteranno la costruzione delle macchine d’assedio e delle torri che saranno fondamentali per espugnare Gerusalemme. Il conte di Tolosa Raimondo di Saint Gilles invia, incontro ai genovesi, due distaccamenti. Il primo corpo viene sorpreso e annientato presso la pianura di Ramlah, il secondo, dopo aver messo in fuga i musulmani, prosegue verso destinazione. L’Embriaco prende parte ai vari assalti portati alle mura di Gerusalemme. Appronta tre macchine ossidionali con il legname ricavato dalle galee. Tra queste geniale risulta essere la costruzione di una torre alta tre piani e dotata di ruote: nel primo si trovano coloro che la spingono; nel secondo e nel terzo i combattenti; nel piano superiore, vi è un ponte mobile che permetterà di saltare sulla cinta muraria. La torre è avvolta da cuoio affinché resista al fuoco nemico. Con l’ausilio dei prigionieri saraceni, Guglielmo ne costruisce una similare per il conte di Tolosa. Inizia l'assalto alle mura da sud. I difensori rispondono cercando di colpire i mezzi d’assalto tramite un ariete sostenuto da funi. I genovesi, muniti di grandi falci, cercano di tagliare le funi che sostengono il mezzo d'urto. Dalla torre viene lanciato un ponte sulle mura. L'Embriaco conduce l’attacco finale ed a metà mese entra in Gerusalemme per la porta di Davide. Nei giorni seguenti, con il fratello Primo, riconquista Giaffa. La mattina del 15 luglio 1099 i Crociati conquistarono la Città Santa affrontando la resistenza turca. Fu per merito del valore e, soprattutto, dell’ingegno dei Genovesi che i Crociati conquistarono Gerusalemme. Su di lui scrisse Torquato Tasso, nel canto XVIII della Gerusalemme Liberata: “... in fra i più industri ingegni / ne’ meccanici ordigni, uom senza pari”. Guglielmo combatté ancora in Terrasanta e contribuì alla conquista di Cesarea, il 31 maggio 1101. Nella divisione del bottino i Genovesi ebbero la preziosa reliquia sempre venerata nella Cattedrale di San Lorenzo sotto il nome di Sacro Catino, lungamente creduto di smeraldo e nel quale la tradizione vuole che Cristo abbia mangiato l’agnello pasquale” (fonte Wikipedia). In dicembre acquista una nave e fa rientro a Genova. Raggiunge la città la vigilia di Natale. Porta con sé alcune lettere relative alla conquista di Gerusalemme, nonché la richiesta di soccorsi del patriarca Daimberto e del Buglione. La lettura dei messaggi provoca immediatamente l’interruzione delle discordie cittadine e l’allestimento di una flotta. Si narra trascorresse le giornate di svago, seduto su uno scoglio, a Pegli….
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